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Muore motociclista mentre fa sorpasso illecito: omicidio colposo

Categoria : Blog, News, Normative e Leggi

Per la Cassazione chi, svoltando a sinistra, urta e uccide un motociclista in fase illegittima di sorpasso, commette omicidio colposo.

La Corte di Cassazione, con la sentenza della quarta sezione penale n. 6967/12 depositata il 22.2.2012, ha chiarito alcuni importanti concetti relativi ai principi regolatori della circolazione stradale. Non basta, sostengono gli Ermellini, fare affidamento sul corretto comportamento degli altri utenti della strada, per andare esenti da colpa alla guida di un veicolo. E’ necessario in ogni situazione controllare per quanto possibile il corretto comportamento degli altri conducenti, onde evitare incidenti. Per questo, se un automobilista nell’accedere a un’area di parcheggio dopo aver accostato a sinistra vicino alla mezzeria, non si avvede di un motociclista che sta effettuando un pericoloso e illecito sorpasso a sinistra, può risultare colpevole di omicidio colposo in caso di morte del motociclista imprudente.

  • Una dinamica purtroppo frequente

 

 

Il caso venuto all’esame dei Giudici di Piazza Cavour riguardava una dinamica di incidente stradale purtroppo molto frequente. Un automobilista deve immettersi in una via privata, o in un area di parcheggio, e si accosta a sinistra con la freccia accesa; un motociclista impaziente vede il
veicolo fermo e tenta di sorpassarlo a sinistra, confidando di riuscire a terminare la manovra prima che l’auto si muova.
Si tratta, come detto, di una dinamica diffusissima, che in effetti mette in contrapposizione due manovre che vanno effettuate con la massima prudenza: l’immissione in un’area privata e il sorpasso.
Nel caso in esame, il sorpasso era anche illegittimo, perché in casi del genere l’art. 148 del C.d.S. prescrive il sorpasso a destra.
Tuttavia benché assolto in primo grado, la Corte d’Appello ha condannato l’automobilista per omicidio colposo, pur riconoscendogli una colpa minore rispetto a quella della vittima, e la Cassazione, precisando di non poter più entrare nel merito della vicenda, ha rigettato il ricorso del conducente dell’auto.

  • Principio di affidamento vs obbligo generale di prudenza

Nonostante la  Suprema Corte abbia sostanzialmente negato la possibilità di decidere sulla vicenda, avendo la Corte d’Appello ben argomentato la propria decisione, nella sentenza in esame gli Ermellini si sono dilungati in una lunga dissertazione sul peso che il cosiddetto “principio dell’affidamento” può avere nella  circolazione stradale.
Il principio di affidamento è il principio per cui, per evitare la paralisi o l’inazione, si orienta la propria condotta confidando nel probabile rispetto di norme o prassi degli altri soggetti che agiscono vicino a noi.
Nella circolazione stradale ciò si può concretizzare in questo modo: sto procedendo con il verde, devo rallentare all’incrocio, pur sapendo che i veicoli con il rosso non occuperanno di certo la sede stradale davanti a me? Devo controllare che non ci siano pedoni incoscienti che attraversano con il rosso?
Se il principio dell’affidamento avesse un grosso peso nella circolazione stradale, in casi come quelli appena descritti, in caso di incidente non potrebbe configurarsi il concorso di colpa.
Eppure sappiamo che la giurisprudenza, per esempio nel caso del pedone che attraversa con il rosso, riconosce un concorso di colpa, a volte addirittura maggioritario, anche a chi in macchina procede con il verde.
I Giudici di Legittimità infatti chiariscono che il Codice della Strada è improntato a obblighi generali di prudenza, portando ad esempio l’art. 141, che impone di adattare la propria condotta di guida alle circostanze del caso in modo da essere sempre in grado di arrestare in tempo il veicolo.
Quindi ogni volta che il conducente di un veicolo si trovi in una situazione di particolare rischio (es. svolte a sinistra, incroci, sorpassi), dovrà adottare tutte le cautele possibili, non potendo semplicemente confidare nel fatto che gli altri utenti della strada non commettano infrazioni.
Solo quando avrà dimostrato di aver adottato tutte le cautele e di non aver avuto alcun modo per evitare l’impatto, il conducente del veicolo andrà esente da colpa.
Secondo questo ragionamento, colui che deve svoltare a sinistra, per immettersi in un passo carraio, in un parcheggio o in un area non soggetta a pubblico passaggio non deve soltanto accostarsi vicino alla mezzeria con la freccia accesa e dare la precedenza ai veicoli che procedono in senso inverso, ma anche controllare che non vi siano veicoli che illecitamente stanno tentando un sorpasso a sinistra, violando i precetti dell’art. 148 C.d.S..
Diversamente, si configurerà un concorso di colpa. E in caso di morte di uno dei due, si avrà una condanna per omicidio colposo.

Commenti (2)

Direi che siamo prossimi al delirio…
In una situazione dove ci sono due persone che devono rispettare delle regole, una le rispetta, l’altra no, e per il fatto che la seconda persona si fa male, per via del fatto che non sta rispettando le regole, la colpa è della prima?
E si dice che doveva prestare maggiore attenzione?

Quel motociclista si trovava dove non doveva essere, e quindi l’automobilista doveva essere un preveggente e immaginare che poteva arrivare qualcuno dove in realtà non si poteva passare? E visto che il motociclista è morto, direi che non stava sorpassando da fermo, ma stava arrivando per lo meno a discreta velocità.

Sono un motociclista da oltre 30 anni, sono tante le volte che vedo automobilisti che non rispettano i motociclisti, ma in questo caso direi che siamo all’assurdo.
Si dovrebbe cominciare a definire con certezza i propri diritti, e lo si può fare solo facendo capire che i propri doveri devono essere assolti e rispettati.

Fino a che uno può comportarsi come gli pare, tanto alla fine la colpa è degli altri non hanno saputo prevedere il comportamento di uno che se ne frega delle leggi, l’Italia sarà il Paese di sempre, dove diritti e doveri cambiano a seconda dell’umore dei tribunali. E non credo che un Paese così lo si possa definire “serio”…

Quoto assolutamente Marco, l’italia (senza la maiuscola) è un paese meritevole di essere definito “del terzo mondo”.
D’altronde è quello che gli italiani meritano.

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