Lasciate ai genitori di Peter le loro responsabilità, ma prendetevi le vostre.
Ecco che alla fine sono arrivati. Parlo degli articoli su giornali e in rete che parlano della morte di Peter Lenz Ce li aspettavamo. Me li aspettavo. L’avevo anche scritto che se ne sarebbe parlato a gara finita, a giochi fatti, insomma: a carrozzone smontato. Quello che forse non mi aspettavo era la pioggia di ipocrisia che scorre a fiumi nei commenti e tra i commentatori (ma anche giornalisti) sul web.
Peter Lenz era un ragazzino di 13 anni, un pilota. Come tutti i piloti aveva iniziato a correre bambino. È morto in un incidente. Durante una gara di contorno dei MotoGP di Indianapolis ha perso il controllo della moto ed è stato travolto da chi lo seguiva.
Suonano quasi tutti alla stessa maniera: tuonano contro i genitori del giovane motociclista. Li accusano di essere stati degli egoisti a lasciare che Peter inseguisse la sua passione e corresse in moto. Molti di questi commentatori moralizzatori avranno anche dei figli, bene: che tuonino contro se stessi allora. Perché i loro figli in scooter per le città rischiano molto, ma molto di più.
Moto supersportive a 300 Km/h: ce la farebbe anche il Rag. Filini.
Leggevo con interesse l’intervento di Maurizio Caprino (qui). Si parla di corse clandestine in quel di Lecce. Moto supersportive che corrono come fossero in MotoGP (o Superbike) su un raccordo rettilineo che collega due autostrade. Concordo con quanto scritto da Caprino: quella strada sembra proprio una pista. Tuttavia non posso che continuare a rileggere la parola “rettilineo”, pensando che si tratta di strada comune, non un circuito.
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Solo i pivelli corrono fuori pista
Sono quelle persone che non riuscirebbero nemmeno a percorrerla due volte una pista vera. Hanno bisogno di sfogare i cavalli delle loro possenti moto sfidando la morte (propria e altrui) su strada comune. Si, certo, fa figo, ma solo nella loro testa (e in quella di qualche altro imbecille).
Questo intervento segue il discorso iniziato nell’articolo dedicato alle possibili modifiche di Legge che imporrebbero ai motociclisti l’uso di abbigliamento protettivo.
Una premessa importante: Non affronterò l’argomento solo dal punto di vista della protezione personale e della sicurezza passiva… per fare un favore a Governi che non adeguano la sicurezza delle strade. Prendo in considerazione unicamente questo aspetto, poiché è quello in discussione.
La mancanza di attenzione dello Stato per tutto ciò che riguarda la Sicurezza Attiva, la Prevenzione e la manutenzione stradale non sono in discussione. Sappiamo tutti quanto sia disastrosa la situazione nel nostro Paese, tuttavia trovo inutile, se non addirittura Stupido, scrivere o pensare concetti come: “fino a che non aggiustano le strade, non mi proteggo”.
A un primo impatto la proposta di modificare il Codice della Strada, per fare in modo che aumenti l’uso dei dispositivi di protezione, mi è apparsa quasi come dovuta, a prescindere dalle motivazioni originali di chi l’ha voluta e proposta. Il motivo è da ricondursi all’immensa ignoranza che popola le (in)coscienze dei motociclisti moderni.
A differenza del passato, infatti, oggi ci sarebbero gli strumenti individuali per evitare che una caduta in moto si trasformi in una tragedia personale e familiare. Esistono nuove tecnologie e sistemi in grado di proteggere il motociclista. Basti pensare al momento in cui dovesse sventuratamente concretizzarsi uno dei fatti che ci pongono quasi alla fine della catena alimentare della strada, per rendersi conto che agire sul fattore “passivo” del sinistro è quasi indispensabile; persino in un ipotetico mondo ideale in cui mancherebbero ostacoli fissi e altri mezzi a causare incidenti.
La Legge così proposta, però, appare “soffocante” ed è stata definita perlopiù “liberticida” dalla maggior parte degli utenti delle due ruote che sono intervenuti nella discussione (sia qui, sia altrove). Effettivamente, nella norma così concepita, ho individuato tantissime incongruenze e forzature ingiustificate.