2010
09.08

l giallo dell’ora del decesso. Un collega: «E’ stato alle 13, ma gli organizzatori hanno deciso di nascondere la notizia»

Ieri e oggi siamo stati costretti a parlare del dramma di Tomizawa. I tre articoli di ieri li trovate sul web. Ecco l’inchiesta di oggi.

Misano Adriatico (Rimini)

La morte di Shoya Tomizawa, su cui è stata disposta un’inchiesta e sul cui corpo verrà effettuata l’autopsia, è circondata da aspetti controversi. Non convince l’atteggiamento della Dorna. L’ora del decesso è dubbia. Molti indizi lasciano presupporre che il pilota sia morto prima di essere portato fuori dal circuito di Misano. Il suo incidente non è stato forse solo una fatalità. E la gara si poteva (doveva?) interrompere.

Quando è morto veramente Tomizawa dopo l’incidente sulla pista di Misano?
L’incidente è avvenuto alle ore 12,36. La morte è stata dichiarata alle 14,19. Molti però pensano che sia deceduto sul colpo. Chi era nell’ambulanza ha confidato che «è morto almeno dieci volte». Qualcuno giura di averlo visto con il lenzuolo sul volto prima di partire per Riccione. Carmelo Ezpeleta, boss Dorna, alle 13,15 aveva affermato che il pilota era gravissimo ma vivo. Un altro pilota ha però confidato: «Sapevano che era morto già alle 13. Hanno voluto tenere segreta la cosa».

Perché era sbagliata la data del decesso riportata dal comunicato Dorna?
Nel testo, arrivato in sala stampa alle ore 14,35, si specificava che Tomizawa era morto il 6 settembre. Non il 5. Non è solo un refuso. La Dorna ha stampato frettolosamente il comunicato perché, poco prima, il medico Claudio Costa aveva ufficializzato il decesso. Colta alla sprovvista, la Dorna ha sbagliato data e orario (14,20 e non 14,19). Probabilmente la Dorna avrebbe atteso ancora, come per Peter Lenz a Indianapolis: per informare prima i famigliari o perché lo spettacolo proseguisse?

Perché il luogo del decesso del pilota diventa un elemento importante?
Non è un dettaglio da poco. Se si fosse affermato che il pilota era deceduto all’interno del circuito, la gara sarebbe stata interrotta (e la prova della MotoGp annullata). In questo modo, invece, dichiarando che Tomizawa è morto a Riccione non ci sono stati danni economici. Si è giusto evitato lo champagne nella MotoGp (ma in Moto2 si è festeggiato). E’ una vicenda simile a quella di Ayrton Senna (morto a Imola nel 1994) in Formula 1. In entrambi i casi, avvenuti in Italia, ufficializzare che i piloti sono morti in ospedale e non sul tracciato ha fatto sì che il protocollo previsto non variasse.

E’ stata soltanto una tragica fatalità o la morte di Tomizawa si poteva evitare?
La morte di Tomizawa è stata una casualità generata da un errore del pilota. Non c’entrano circuito, soccorsi e Moto2. La morte per investimento non è evitabile. Al tempo stesso, due considerazioni. La prima è che la Moto2 è una neo-categoria caratterizzata da un numero spropositato di partecipanti: 40, in circuiti abilitati per 30. La seconda è il calendario schizofrenico (voluto dalla Dorna). Ci sono periodi in cui non si corre per un mese, poi di colpo tre gare in quattro settimane. Misano è arrivato 7 giorni dopo Indianapolis, con i piloti non certo lucidi, sballottati da voli aerei infiniti e vittime del jet-lag.

Era davvero impossibile interrompere le gare previste dal programma?
No, è stata una volontà precisa. La Moto2 non è stata fermata perché – Dorna dixit – il circuito era sgombro e Tomizawa poteva essere soccorso senza creare pericoli per nessuno. L’ambulanza però è rimasta ferma a lungo (almeno per 6-7 giri della gara): perché il pilota stava ricevendo le cure d’urgenza o perché tanto non c’era più nulla da fare per salvargli la vita? Riguardo poi alla MotoGp, scattata alle ore 14, nessuno ha pensato ad annullarla. Non i piloti (che sapevano), non gli addetti ai lavori. Sarebbe stato un gesto etico, anche se concretamente «inutile». E avrebbe significato criticare apertamente la Dorna, cosa che ai piloti – e seguito annesso – certo non conviene.

di Andrea Scanzi: Fonte

  1. [...] Noi non ci vogliamo credere, ma …insomma: abbiamo avuto la sensazione che si potesse fare di più… e meglio. [...]