Polaris: lo smart helmet che assiste il motociclista

Polaris: lo smart helmet che assiste il motociclista

Vi spieghiamo il casco super tecnologico, brevettato da Polaris, che potrebbe cambiare il nostro modo di immaginare il motociclismo

 

Vi spieghiamo il casco super tecnologico, brevettato da Polaris, che potrebbe cambiare il nostro modo di immaginare il motociclismo

26 Giugno 2026 - 10:00

Il mondo dei caschi potrebbe essere sull’orlo di un salto generazionale. Se fino ad oggi il termine “smart helmet” era un eufemismo per caschi con interfono integrato, l’ultimo brevetto depositato da Polaris Industries sposta l’asticella molto più in alto. Per la prima volta si parla seriamente di sicurezza attiva e predittiva, grazie a un casco-computer in grado di interfacciarsi sia col pilota che col mezzo e se necessario, di aiutare attivamente il guidatore. Polaris è un gigante tecnologico americano, ex proprietario di Indian Motorcycles, ma soprattutto leader mondiale nel settore dei Quad, ATV, motoslitte e mezzi di trasporto estremi. È per questo che alcune funzioni integrate nel progetto sembrano eccessive a noi motociclisti dell’Europa del sud. Ma su scala globale esistono esigenze molto diverse e lo smart helmet Polaris aspira a soddisfarle tutte.

UN ECOSISTEMA TECNOLOGICO

Per comprendere la portata visionaria del progetto, dobbiamo vedere il concentrato di funzioni racchiuse nella calotta. Polaris infatti ha immaginato il suo smart helmet come un vero e proprio hub tecnologico, che unisce le classiche dotazioni di connettività, come Bluetooth ed intercom Mesh, a soluzioni hardware molto più sofisticate. Il casco è infatti dotato di un impianto di LED dinamici, sia interni per inviare segnali visivi al pilota, sia esterni. Utilizzabili come stop aggiuntivi o indicatori di emergenza per il resto del gruppo.

Il sistema di controllo del casco è una pulsantiera wireless da fissare sul manubrio, mentre l’elettronica principale è racchiusa nel ‘Pod’, uno spoiler posteriore rimovibile e aggiornabile, che risolve il problema dell’obsolescenza dei componenti lasciando intatta la struttura protettiva, completata da dotazioni “no limits”, come la visiera sbrinante, l’interno ed i microfoni riscaldati anti-gelo.

Ogni singolo componente è altamente modulare, in modo da attrezzare il casco secondo le proprie esigenze La dotazione più innovativa dello smart helmet Polaris però è la rete di sensori biometrici, che registrano i dati del guidatore e li inviano alla centralina, per valutazioni sulla sicurezza.

L’ALGORITMO DELLA “TOTAL ENERGY IMPARTED”

Il vero elemento di rottura rispetto al passato è il modo in cui questa sensoristica viene sfruttata per misurare lo stato di vigilanza di chi guida. Il software di Polaris infatti calcola continuamente un nuovo indice complesso, chiamato Total Energy Imparted (Energia Totale Immessa).

Questa nuova unità di misura analizza lo sforzo fisico cumulativo del pilota, incrociando i battiti cardiaci e la frequenza respiratoria, con i micro-movimenti della testa e soprattutto, con i dati ricevuti in tempo reale dagli scuotimenti del veicolo, registrati dalla piattaforma inerziale del casco.

Il sistema così può prevedere l’abbassamento dell’attenzione e se la soglia critica viene superata, scatta un protocollo progressivo: prima avvisi visivi e acustici, poi una richiesta di feedback attivo tramite un pulsante e in caso di mancata risposta, l’intervento diretto sulla centralina del mezzo, per ridurre le prestazioni.

TRA SCIENZA E FANTASCIENZA?

Nonostante l’indubbio fascino ingegneristico, questo smart helmet Polaris è un po’ come il ponte sullo Stretto di Messina. Una bellissima idea, irrealizzabile con la tecnologia attuale.

La prima grande criticità è il peso complessivo che, con l’aggiunta di batterie, cablaggi, sensori, LED e moduli wireless rischia di gravare eccessivamente sul collo del pilota, vanificando i vantaggi in termini di sicurezza e comfort sulle lunghe distanze.

C’è poi lo scoglio insormontabile delle normative, in particolare la severissima normativa europea ECE 22.06. Introdurre corpi rigidi, centraline esterne come il Pod posteriore e componenti elettronici affogati nella calotta interna rende estremamente complesso il superamento delle prove antisfondamento richieste per l’omologazione. Non dimenticate quello che è successo al povero Michael Schumacher.

Infine, l’ultimo limite riguarda la compatibilità con il parco circolante. Le moto attuali non hanno ancora uno standard di comunicazione universale e molto difficilmente lo avranno nel futuro. Probabilmente Polaris ha progettato un accessorio che sarà pienamente compatibile solo con i suoi mezzi da lavoro più estremi, anche se alcune funzioni potranno trovare posto singolarmente in caschi destinati ad utilizzo civile.

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