Casco elettronico approvato in via sperimentale

Blocca il motore se non indossato correttamente e chiama i soccorsi in caso d’incidente.

In attesa di pubblicare un elenco chiaro e completo delle modifiche introdotte nel codice della strada e che riguardano noi motociclisti (leggi qui per il resto), ci affacciamo sull’art. 49 del DDL che introduce il “casco protettivo elettronico”.

La richiesta arriva proprio da alcuni lettori che, come al solito, dopo essersi imbattuti in descrizioni criptiche o copincollate, tornano qui nella speranza di apprendere la notizia in moto comprensibile :)

Il sistema in pratica è descritto nel sottotitolo di quest’articolo: “Il casco elettronico, se non indossato o non correttamente allacciato, blocca l’avviamento del motore della moto”. Il dubbio più grande riguarda l’eventuale violazione della privacy dovuta al fatto che questo dispositivo dovrebbe** essere in grado di rilevare la posizione geografica del motociclista e le eventuali condizioni di emergenza al fine di contattare i soccorsi.

  • Come funziona?

Il funzionamento dovrebbe essere garantito da un sistema di sensori e trasmettitori, ognuno con una specifica funzione. Vediamoli nel dettaglio:

–          Rilevatore di posizione GPS. Funziona come il ricevitore di un normale navigatore GPS per auto/moto. È utile a tracciare la posizione del motociclista per poterla inviare nel momento del bisogno tramite il prossimo elemento della lista.

–          Trasmettitore GPRS. Esattamente come un cellulare moderno, è in grado di effettuare collegamenti digitali per inviare la posizione GPS, comunicazioni voce e altre informazioni di emergenza.

–          Trasmettitore Bluetooth. Serve a connettere il casco con la centralina della moto per bloccare/sbloccare l’avviamento del motore.

–          Sensore di onde elettromagnetiche. Rileva la presenza della testa nel casco. Se non risulta, quindi non è indossato, blocca l’avviamento del motore tramite il trasmettitore bluetooth.

–          Sensore di contatto. Per rilevare che il cinturino sottogola del casco sia allacciato. Diversamente blocca l’avviamento del motore (come sopra).

–          Accelerometro. Abbinato agli altri sensori è in grado di determinare se il motociclista è stato vittima di un incidente. Si basa su parametri come l’inclinazione e gli urti.

–          Microfono. Serve per l’eventuale comunicazione telefonica con l’operatore.

  • eCall (e-call, e.call)

Rileva l’eventuale incidente tramite la combinazione dei sensori e l’accelerometro. Se il casco si trova a terra dopo un urto e risulta ancora indossato, attiva una telefonata tra il motociclista e un operatore. Se non c’è risposta alla telefonata parte automaticamente il contatto con i soccorsi ai quali verrà trasmessa anche la posizione GPS. Questo è il sistema è stato denominato e-call. Agisce in modo automatico grazie all’accelerometro o in modo manuale con la pressione di un tasto (“funzione panico”).

**nel DDL non sono indicati i parametri tecnici. Li abbiamo raccolti vagliando la soluzione tecnologica “casco protettivo elettronico” cui si fa riferimento nel testo della legge.

  • I nostri dubbi

Il vero dubbio sul “casco elettronico” riguarda l’estrema scarsità d’informazioni tecnologiche riguardo questo tipo di dispositivi. Tanto da costringerci a non potervi dare un parere definitivo.

Si parla di sensori a contatto per rilevare il corretto allacciamento del cinturino sottogola. Tali contatti sono difficili da immaginare in una fibbia dotata di chiusura a doppia “D” (DD, le più sicure, ndr).

Inoltre, il controllo che il casco sia effettivamente indossato è demandato a un “sensore che percepisce le correnti elettrostatiche ed elettromagnetiche emesse dagli esseri viventi”. La trasmissione di tale informazione alla centralina del motore è affidata a un trasmettitore bluetooth.

Sappiamo per certo che gli esseri viventi (e non) emettono onde elettromagnetiche, tuttavia siamo anche ben al corrente che tali segnali sono debolissimi. Se per bloccare un intero quartiere di apparecchi elettronici basta una telecamera senza fili di fabbricazione cinese (vedi le imprese di Capitan Ventosa di Striscia la Notizia)… lasciamo immaginare a voi quanto tempo possa impiegare un motociclista ad avviare il motore nel centro di Milano o Palermo in caso d’interferenze (città inquinate anche elettromagneticamente, ndr).

Oltretutto esiste il problema “casco e Casco”. Non tutti i caschi sono uguali e non tutti i motociclisti possiedono un solo casco. Se il congegno elettronico fosse estraibile –come pare sia- potrebbe essere troppo facile manometterlo.

  • Scatola nera Sì o No?

Ci permettiamo di indirizzare la discussione da un punto di vista più costruttivo. La presenza o meno della scatola nera anche sulle motociclette non sarebbe una limitazione della libertà, perché i dati in essa contenuti saranno poi gestiti nel rispetto della disciplina in materia del trattamento dei dati personali, come indicato nel DDL (è l’unica nota chiara).

Il vero problema starebbe nel fatto che i dati raccolti per una motocicletta in città (per es.) sarebbero comunque insufficienti e parziali rispetto a quelli di una vera e propria “scatola nera”. Utili magari alle forze dell’ordine a capire se la velocità del motoveicolo era veramente sostenuta o si tratta di falsa testimonianza (accade spesso). Purtroppo però gli incidenti che vedono coinvolte le motociclette sono causati spesso da piccole disattenzioni degli altri utenti della strada. Per questo fattore l’unica scatola nera veramente utile sarebbe quella (non) presente nel cervello di tutti i coinvolti.

  • Un consiglio per i legislatori

Insomma: buona l’intenzione ma disordinata, almeno per com’è stata esposta. Preferiremmo che fosse insegnato l’uso del casco nelle scuole sin dalle elementari. Questa misura, abbinata a più controlli al Nord, e controlli veri al Sud, potrebbe risparmiarci tante fatiche tardive.

Non nascondiamoci dietro a un dito wireless (o bluetooth): qualunque abitante di grandi città del sud (e zone del nord) può uscire da casa e, senza fatica alcuna, fotografare motociclisti che viaggiano senza casco.

Buona l’idea di sperimentare l’e-Call (iniziativa della Commissione UE)

Se vogliamo forzare l’uso del casco a chi proprio non ha sale in zucca, o ha già passato l’età scolastica, dobbiamo colpirli nell’unico centro erogeno per il loro encefalo: il portafogli.

2 commenti

  1. Marco, rispondo in qualità di Radioamatore (in possesso di legale licenza): le onde emesse dal casco elettronico sarebbero di un entità veramente infinitesimale in confronto all'inquinamento elettromagnetico a cui siamo "abituati" nelle città o in prossimità di zone industriali. Con questo non intendo dire che si tratti di onde "positive", tuttavia aggiungono poco o nulla a una situazione che è già ben oltre il livello di "decenza" a cui dovremmo attenerci per vivere in modo ecologico. Pensiamo solo a quanto consumano tutte quelle antenne che restano in funzione ma non vengono utilizzate, oppure quei sistemi progettati male (ai quali appartengono persino gli iPad) che per realizzare una funzione semplice necessitano di potenze esorbitanti (solo per mantenere uno standard estetico di dubbia durata)

  2. La cosa che mi lascia perplesso, in questo mondo pieno di emissioni di onde eletromagnetiche et similia, è il caso di mettersi in testa un'ulteriore fonte continua di emissioni dannose che investono il cervello?

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